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giovedì 12 febbraio 2026

Ennesima strage perpetrata da un trans in una scuola, questa volta in Canada.

 



La strage è avvenuta l'11 febbraio 2026 a Tumbler Ridge, una remota località montana nella Columbia Britannica, in Canada.

Bilancio delle vittime: Si contano 10 morti (inclusa l'autrice della strage) e circa 27 feriti, di cui alcuni in condizioni critiche. Sette persone sono state uccise all'interno della Tumbler Ridge Secondary School, mentre altre due (la madre e il fratellastro della sospettata) sono state trovate senza vita in una casa vicina.

  • L'autrice: La polizia ha identificato la responsabile in Jesse Van Rootselaar, una ragazza di 18 anni che si è tolta la vita sul posto con un colpo autoinflitto. Era un'ex studentessa dell'istituto e, secondo le indagini della Royal Canadian Mounted Police (RCMP), aveva una storia pregressa di problemi di salute mentale.
  • Reazioni istituzionali: Il Primo Ministro Mark Carney (recentemente insediatosi dopo le elezioni del 2025) si è dichiarato "devastato" e ha annullato la sua partecipazione alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco per gestire l'emergenza nazionale. Ha inoltre ordinato le bandiere a mezz'asta su tutti gli edifici governativi per sette giorni.
  • Armi utilizzate: Sul luogo della strage sono state rinvenute due armi: un fucile a canna lunga e una pistola modificata.
L'evento è considerato uno dei più gravi episodi di violenza di massa nella storia recente del Canada.

Un breve riassunto
👉 Il 23enne trans Robert “Robin” Westman autore della sparatoria in una chiesa di Minneapolis
👉 Il 18enne trans Devon Erickson e il 16enne trans Alec “Maya” McKinney, autori della sparatoria in una scuola di Denver
👉 La 26enne trans Snochia Moseley autrice della sparatoria in un centro di distribuzione di Aberdeen
👉 La 28enne trans Audrey Elizabeth “Aiden” Hale autrice della sparatoria in una scuola presbiteriana di Nashville
👉 Il 17enne non binario Dylan Butler autore della sparatoria in una scuola di Perry
👉 Il 40enne non binario Kimbrady Carriker autore della sparatoria a Filadelfia
👉 Il 22enne non binario Anderson Lee Aldrich autore della sparatoria a Colorado Springs



martedì 20 gennaio 2026

Città 30 a Bologna, il Tar annulla il provvedimento: accolto il ricorso dei tassisti

 


Il Tar dell’Emilia-Romagna ha annullato il provvedimento del Comune di Bologna che introduceva il limite generalizzato dei 30 chilometri orari su gran parte delle strade urbane. I giudici amministrativi hanno accolto il ricorso presentato da un gruppo di tassisti, ritenendo illegittima l’estensione del limite a quasi tutta la rete stradale cittadina.

Secondo il Tar, il limite dei 30 km/h non poteva essere applicato in modo indiscriminato, ma doveva essere motivato e valutato strada per strada, come previsto dal Codice della strada. La scelta del Comune, invece, avrebbe avuto carattere troppo generale e privo di un’adeguata istruttoria tecnica per ciascun tratto viario.

La sentenza annulla quindi il piano del traffico e le ordinanze con cui l’amministrazione aveva trasformato Bologna in una “Città 30”, lasciando aperta la possibilità di reintrodurre il limite solo in zone specifiche e con motivazioni puntuali, come aree residenziali o particolarmente sensibili.

La decisione ha acceso il dibattito politico: soddisfazione da parte delle opposizioni e delle categorie contrarie al provvedimento, mentre il Comune valuta ora se presentare ricorso al Consiglio di Stato o rimodulare la misura in linea con le indicazioni del Tar.

Secondo Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, la sentenza del Tar conferma l’illegittimità dell’azione del Comune, che avrebbe agito oltre le proprie competenze con finalità propagandistiche. Bignami ha ribadito la disponibilità del suo partito a discutere di sicurezza stradale in ambito urbano, sottolineando però che il tema non può essere affrontato con misure ritenute illegittime e prive di efficacia concreta.





lunedì 1 dicembre 2025

“Tanto domani è di nuovo fuori”: perché lo sentiamo dire sempre?

 

Ogni volta che qualcuno viene arrestato la reazione è quasi automatica: “Tanto domani è già fuori.”

Una frase che, a forza di ripetersi, è diventata il simbolo della frustrazione di molti cittadini. Le forze dell’ordine fanno il loro lavoro, spesso in condizioni difficili, e non è certo colpa loro se chi sbaglia sembra cavarsela troppo facilmente.

In Italia, il carcere non può essere la risposta automatica a ogni reato: la legge prevede che la detenzione preventiva si usi solo quando strettamente necessario, ad esempio se c’è rischio di fuga, di inquinamento delle prove o di reiterazione del reato. In assenza di questi elementi, la Costituzione impone misure meno pesanti.
Non è “buonismo”: è un principio di garanzia che esiste in tutte le democrazie.

Eppure, il disagio resta. Perché?
Perché il nostro sistema presenta due problemi reali. Da un lato le carceri sono sovraffollate, e quindi non si può pensare di usarle per ogni situazione. Dall’altro, processi lenti e pene eseguite in modo incerto alimentano quella sensazione di impunità che fa infuriare chi vive e lavora onestamente.

La domanda allora è: cosa significa davvero “pagare per il reato”?
Punire di più non sempre significa punire meglio. Una pena efficace deve proteggere la società, essere proporzionata, e soprattutto evitare che chi ha sbagliato torni a farlo. Il carcere serve per i reati gravi o per chi continua a delinquere, ma in molti casi non è la soluzione migliore: spesso produce più recidiva di misure alternative controllate e ben gestite.

La vera sfida è costruire un sistema che funzioni davvero. Processi più rapidi, pene certe, regole chiare, misure alternative serie e verificabili, e un carcere che non sia un luogo di degrado ma di sicurezza e rieducazione.
Solo così chi commette un reato potrà rispondere pienamente delle proprie azioni, e i cittadini potranno tornare a sentirsi protetti.

Perché il punto non è essere più duri o più morbidi.
Il punto è essere più giusti.