venerdì 27 novembre 2015

"Sposa dell’Isis" pentita massacrata a martellate



Uccisa la 17enne scappata da Vienna con un’amica. Lei voleva tornare in Austria e aspettava un figlio

L’adolescente «sposa della jihad» si era pentita. Il fervore religioso, la ricerca di un’identità e l’amore per l’avventura che l’avevano spinta a partire per la Siria si erano trasformate in preoccupazione per il figlio in arrivo. Il sogno aveva lasciato posto alla realtà. E Samra aveva deciso di andarsene, abbandonare l’Isis, la roccaforte di Raqqa e l’uomo che l’aveva messa incinta, per tornare a Vienna, da dove era scappata con l’amica Sabina un anno e mezzo fa. Ma i tagliagole che vogliono costruire uno Stato Islamico sul terrore non le hanno permesso di farlo. E l’hanno punita nel modo più severo: strappandole la vita a forza di botte e spegnendo, in tal modo, due esistenze nello stesso tempo. La notizia non è ancora confermata ufficialmente. Ma, secondo il giornale austriaco «Krone Zeitung», il quale fa riferimento a una tunisina che avrebbe vissuto con Samra e Sabina nella città diventata base per gli uomini di Abu Bakr al Baghdadi, la prima sarebbe stata pestata a sangue e poi finita a martellate, la seconda morta in combattimento o facendosi esplodere come kamikaze alcuni mesi fa.

Tutto ha inizio nell’aprile 2014. Samra Kesinovic, 17 anni, e Sabina Selimovic, appena quindicenne, ambedue figlie di immigrati bosniaci di religione musulmana, scappano di casa e partono da Vienna per raggiungere il confine siriano attraverso la Turchia. Probabilmente sono affascinate dai video diffusi dai «massmediologi» del Califfato, da una ritrovata fede in Allah e, forse, anche dai contatti avuti sul profilo Facebook «Safya al Ghariba» («strana amica»), utilizzato dall’Isis per reclutare le «compagne» dei miliziani. Le due, che non avevano mai dato segni di radicalizzazione prima ed erano considerate studentesse-modello, avevano lasciato lettere identiche infilate in un libro per i familiari: «Non ci cercate. serviremo Allah e moriremo per lui», c’era scritto. Varcata la frontiera turca nella regione di Adan, avevano raggiunto Raqqa. Lì si erano unite a due jihadisti e sarebbero anche state addestrate alla «guerra santa» e all’estremo sacrificio in stile kamikaze.

Quindi erano apparse sui social con il kalashnikov in braccio, diventando ragazze-poster dei terroristi. Carne da propaganda. Alla redazione del settimanale «Paris Match» Sabina aveva riferito via sms di essere giunta nella città siriana dopo aver attraversato a piedi il confine con la Turchia e aveva spiegato che si stava divertendo ed era finalmente libera di professare la sua fede. «Qui sono davvero libera – aveva sostenuto - posso praticare la mia religione, mentre a Vienna non era possibile». Ma le cose dovevano presto cambiare. Alla fine dell’anno scorso, l’Onu aveva fatto sapere che una delle due ragazzine era morta durante una battaglia, senza precisare chi fosse la vittima. E a ottobre, sembra (il condizionale in questa vicenda è perennemente d’obbligo) sconvolta dagli orrori della guerra, Samra avrebbe chiesto di lasciare la città e la Siria.

Ma il permesso le sarebbe stato negato. Lo stesso governo austriaco aveva spiegato che per i foreign fighters non era possibile rientrare in patria. Infine, l’epilogo tragico del suo assassinio, ancora più atroce se è vero che aspettava un bambino. Sarebbero oltre 80 le donne che hanno deciso di aderire all’Isis. La maggior parte (34) viene dall’Europa, tre dall’Italia. Nel rapporto più completo sull’argomento, stilato dalle analiste Erin Marie Saltman e Melanie Smith, dell’International Centre for the Study of Radicalization del King’s College di Londra, si analizzano le motivazioni di queste aspiranti jihadiste dell’ultim’ora: l’isolamento sociale e culturale causato dall’essere donne spesso di origini mediorientali che vivono in società occidentali, la sensazione di fare parte di una comunità - quella islamica - sotto attacco e perseguitata, infine la rabbia e la frustrazione dovute alla mancanza di sensibilità della comunità internazionale di fronte a questo attacco continuo.

Maurizio Gallo