giovedì 3 settembre 2015

Odevaine vuota il sacco: "Con il business profughi gli alfaniani beccano i voti"

Così l'ex braccio destro di Veltroni ricostruisce gli affari delle coop

Ci sono soldi, tanti e in contanti nell'affare del Cara di Mineo, ma c'è anche lo scambio dei voti, il ribaltamento del quadro elettorale a favore di Ncd, nei comuni del catanese.
Luca Odevaine viene interrogato a Roma dai pm l'11 luglio e ricostruisce tutta la storia di quello che definisce «il centro migliore d'Europa» per gli immigrati. 



Agli arresti da dicembre con l'accusa di corruzione per Mafia capitale, l'ex vicecapo di gabinetto di Veltroni, poi diventato esperto di protezione civile e della gestione dei rifugiati, dice di voler collaborare ma più volte i magistrati devono inchiodarlo a responsabilità che cerca di minimizzare, correggere le sue dichiarazioni citando le intercettazioni, incalzarlo per fargli fare delle chiare ammissioni. E il quadro che traccia è di affari che s'intersecano alla politica.
«I nove comuni che componevano il consorzio - afferma Odevaine - erano sostanzialmente tutti più o meno di centrosinistra, alcuni con liste civiche, uno più vicino a Rifondazione che infatti poi non partecipa al consorzio. ...Improvvisamente invece diventano, tranne uno, quasi tutti di centrodestra». Meglio, del Nuovo centrodestra. «Nelle ultime elezioni a livello nazionale - aggiunge, nelle dichiarazioni messe a verbale - credo che l'Ncd ha preso, non so, il 4,90-3,90, il 4 per cento e in quella zona ha preso più del 40 per cento, in quei comuni». Parla delle europee del 2014, quando il partito di Angelino Alfano era già nel governo di Matteo Renzi.
Il centro di Mineo, al quale Odevaine è stato inviato dal prefetto Gabrielli come consulente del consorzio di 9 comuni che lo gestisce, diventa così strumento di una grande operazione politica in Sicilia.

Dal 2011 le tre gare, con appalto pilotato disegnato su misura per far vincere il gruppo di coop legato a Comunione e Liberazione e poi la trattativa privata con l'imprenditore proprietario dell'area Pizzarotti, hanno al centro il sottosegretario alfaniano Castiglione. Lui, dichiara Odevaine, ha gestito «l'operazione politica», di cui è stato «regista» Paolo Ragusa, sindaco-ombra di Mineo e presidente di Sol. Calatino, una delle imprese e poi dello stesso consorzio Ati che le riuniva tutte.
«Nel frattempo - dice Odevaine - ci sono state le elezioni e un cambio di partito del presidente Castiglione, che è il fatto più rilevante di questa vicenda, perché hanno cambiato partito quasi tutti i sindaci della zona». E spiega: «Sostanzialmente possiamo parlare, diciamo così, di uno scambio di voti». Che si fondava su una sparizione delle assunzioni tra i comuni a fini clientelari.
«I rapporti tra Castiglione e La Cascina (coop di Cl, ndr ) - si legge ancora nel verbale - sono continuati perchè nel frattempo è mutata la situazione politica e quindi si è creata una sinergia che non riguardava più solo Mineo, nel senso che Castiglione diventa nel territorio siciliano il braccio elettorale, diciamo, del ministro Alfano». Titolare dell'Interno, «e quindi anche da lui dipende il centro di Mineo». Secondo Odevaine La Cascina ha «finanziato» la nascita di Ncd, staccatasi da Fi. Ricorda lo «strettissimo legame fra il ministro Lupi (ex, ndr ) e Cl», per spiegare che quella era «l'area politica» della coop.

«Ha fatto un accordo economico con La Cascina, Domus Caritatis, con i soggetti che hanno partecipato alla gara, per favorire la loro vittoria o no?», chiede il pm Giuseppe Cascini. «Sì», ammette Odevaine . «Quest'accordo prevedeva una somma di 10mila euro mensili». Li prendeva da La Cascina, mentre doveva prenderli dal consorzio per cui lavorava, dice. «Mi sono lasciato corrompere».
Era stato lui, Odevaine, a proporre quel nome per la gestione dei 1.500 pasti nel centro, come di Domus Caritatis, che a Roma rappresenta uno dei due cartelli di servizi in questo settore, quello legato al Vicariato. L'altro era legato alle coop di sinistra, ma in questo caso, dice Odevaine, «il gruppo Buzzi non mi sembrava in grado di gestire una cosa del genere fuori Roma».
Le due prime gare d'appalto vengono vinte dalle coop cattoliche, con l'escamotage di introdurre un punteggio aggiuntivo per concorrenti legati al territorio locale, come la coop Sisifo. La terza gara è «finta», perché si deva raggiungere un accordo con Pizzarotti, che arriverà solo a trattativa privata. L'imprenditore prima rifiuta un'«offerta troppo bassa» per l'area, dei 4 milioni indicati dal demanio invece dei 6-8 che voleva, poi si convince quando entra in Ati per la manutenzione del centro, con altri profitti.

A questo punto Odevaine, cui era stato promesso il ruolo di direttore generale, concorda con La Cascina un aumento del suo compenso.«Alla richiesta di 20 mila euro al mese loro hanno detto di sì». Ma il problema, aggiunge Cascini, «era come darglieli». «Menolascina (manager di La Cascina, ndr ) mi disse: Guarda, come se tu partecipassi all'Ati, questi soldi te li veicoliamo in un altro modo. Loro insistevano molto sui contanti, io non ero d'accordo... C'era per me un problema serio di far entrare i contanti poi all'interno dei bilanci delle cooperative». I pm chiedono quanti ne ha avuti. Odeavaine è vago: «Sicuramente 10mila in un'occasione. Io non c'ero, passò il mio autista, il ragazzo che lavorava con me, a prendere una busta a La Cascina, che gli consegnò Carmine Parabita. E invece, in un'altra occasione, sempre Parabita venne a casa mia e mi consegnò una cifra. Io ricordo, in questo momento, 25 mila euro». È Cascini a dimostrargli che quei soldi li versava in Venezuela e in tranche di 5mila euro in varie banche, per «frazionarli» ed evitare le segnalazioni. Lui, non teneva il conto.

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