giovedì 19 febbraio 2015

L'ultima follia del governo: più diritti ai detenuti islamici

Contro il terrorismo islamista, il ministro della Giustizia propone una trattamento "speciale".



Un trattamento "speciale" per i detenuti islamici? Le dichiarazioni del ministro della Giustizia, Andrea Orlando, rilasciate al Corriere della Sera, se non si prestano a questa interpretazione, di sicuro lasciano spazi di ambiguità. "L'obiettivo è far sì che il rispetto dei diritti dei detenuti di religione islamica, oltre che doverosa applicazione dei principi costituzionali, sia anche strumento per prevenire la radicalizzazione e il reclutamento fondamentalista; una via per contrastare il proselitismo di chi ci vede come nemici dell'Islam", ha affermato il ministro.

Che poi ha aggiunto: "Premesso che stiamo operando per diminuire il numero dei detenuti trasferendoli nei Paesi d'origine, bisogna fare di più, l’effettiva tutela dei diritti fondamentali dell’individuo in generale, e nel carcere in particolare, è un elemento primario di contenimento del rischio di radicalizzazione. Anche perché abbiamo sperimentato l’esempio contrario: vicende come quella di Guantanamo dimostrano che, come sostenuto dall’indagine del Senato Usa, misure estreme, oltre a violare i diritti fondamentali delle persone, non sono di ausilio effettivo nella lotta al terrorismo globale ma rischiano di alimentarlo. Una convinzione basata su un dato di fatto: alcuni autori dei gravissimi attentati che si sono verificati di recente, a Parigi come a Copenaghen, hanno visto nascere o crescere il loro estremismo proprio nelle prigioni, dove si sono probabilmente rafforzati i rapporti con organizzazioni radicali e violente".

Sicuramente il fine - quello di prevenire il terrorismo islamista - può essere nobile, ma il mezzo - quello di praticare una sorta di "favoritismo" - rischia di rappresentare agli occhi dell'opinione pubblica una sorta di resa del governo.

Ieri pomeriggio, intervenendo ad un convegno sulla minaccia jihadista, organizzato dalla fondazione Icsa, presso il Centro alti studi della Difesa, aveva anticipato il suo pensiero. "È indispensabile introdurre strumenti di trattamento dei detenuti stranieri,
spesso dal profilo fragile, per non esporli al rischio dell’indottrinamento. Vi sono tre principali questioni: l’incertezza nella corretta identificazione dei cittadini extracomunitari; l’interlocuzione con le comunità islamiche per una identificazione del corretto esercizio del culto, e la scarsa presenza di mediatori culturali che lavorino con i detenuti stranieri. Su questo ultimo punto, compatibilmente con le possibilità del bilancio, faremo il possibile. Sono misure estendibili anche agli immigrati".

Insomma, in un periodo ad alto rischio terrorismo, il governo pone l'attenzione sulle condizioni di vita dei detenuti islamici, ponendoli, magari anche incosciamente, su un piedistallo rispetto agli altri detenuti. Ma al giornalista che gli palesa il rischio di venire tacciato di buonismo, Orlando risponde: "No, visto che con il decreto abbiamo introdotto i reati per contrastare i foreign fighters, rafforzato i poteri dell'intelligence e il coordinamento tra gli inquirenti. E poi io non rivendico nessuna particolare intuizione; quello che sto dicendo non è altro che la posizione espressa dall'Unione europea su questi temi".


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