domenica 22 febbraio 2015

Roma: Blocca un’islamica col burqa, infermiera sospesa dal reparto



Il Qatar chiede il mio licenziamento perché non ho taciuto davanti alla violazione delle regole vigenti qui in Italia e messe in discussione per interessi particolari. Accedere in aree sterili, dove i degenti sono bambini, con abiti non adatti, come può essere il burqa ma anche un normale tajer, è una violazione delle regole. Dal 10 febbraio sono stata sospesa dal servizio e ora non so più che fare. Mi sento discriminata in patria perché sono una donna occidentale». Daniela Francesconi piange e racconta la sua storia, complicata e a tratti paradossale. Nonostante la rabbia per quanto accaduto non si arrende e ha denunciato l’Ambasciata del Qatar a Roma e la madre di una ragazza qatariota ricoverata presso l’Istituto mediterraneo di ematologia che l’avrebbe aggredita fisicamente. L’Ambasciata, tramite l’avvocato Bruno Bertucci, ha mandato una lettera di lamentele alla Fondazione Ime in cui indica una serie di pazienti che «hanno denunciato di essere stati trattati con arroganza, scarso senso civico e maleducazione dal capo sala del predetto reparto dott.ssa Daniela Francesconi» e contestualmente chiede di «intervenire con cortese sollecitudine al fine di evitare il ripetersi di quanto accaduto, sostituendo la capo sala del reparto con altra persona più educata e più sensibile alle necessità dei malati ricoverati presso il vostro istituto».

La vicenda è finita in Tribunale e Daniela, responsabile del reparto infermieristico presso l’Ime, ora aspetta l’esito anche del procedimento disciplinare a cui è stata sottoposta da parte della Fondazione, che si trova all’interno della struttura che ospita anche l’ospedale di Tor Vergata. Dal canto suo il direttore generale dell’Ime, Valentino Martelli, interpellato da Il Tempo fa sapere che «la vicenda risale a molti mesi fa. A carico della signora ci sono molte contestazioni, tra cui le ultime molto pesanti. È in corso una procedura disciplinare molto seria, che ha comportato anche l’allontanamento della stessa. Può essere che in tutti questi anni una sola donna è entrata con il burqa, ma ci tengo a sottolineare che il caso della Francesconi non ha niente a che vedere con questo. In questa storia non c’entra la religione». Il legale dell’Ambasciata ha spiegato che «alcuni pazienti hanno segnalato degli episodi riguardo a quanto accaduto all’interno della Fondazione che lavora molto con il mondo arabo. Io, però, oltre a quello che ho scritto nella lettera non so. Posso aggiungere che in seguito sono arrivate altre lamentele contro la dottoressa, ma l’Ambasciata del Qatar ha deciso di non andare oltre». La 54enne, che lavorava all’interno dell’Ime da oltre dieci anni come stimata professionista, non si capacita per quanto accaduto e rimane convinta che le contestazioni disciplinari sono «campate una aria».

Daniela, qualche donna araba ha tentato di entrare con il burqa nel reparto contro le sue indicazioni?
«Si».

Lei è stata aggredita in ospedale da una qatariota. Perché?
«Ho applicato il regolamento impedendo l’accesso alla sala in cui ci sono le cucine per motivi igienico-saitari ad una ragazza ricoverata. La madre di questa mi ha aggredito verbalmente e mi ha anche dato uno schiaffone davanti a tutti».

Poi cosa è successo?
«Il giorno dopo è arrivata la lettera da parte del legale dell’Ambasciata del Qatar in cui si chiedeva la mia rimozione. Incredibilmente in seguito sono stato oggetto di svariati procedimenti disciplinari immotivati tra lo stupore dei miei colleghi».

In altre occasioni si sono verificati episodi simili?
«In realtà la difficoltà di lavorare in questo contesto è quotidiana. La Fondazione si occupa di curare bambini malati di talessemia che vengono anche sottoposti a trapianti. Preservare l’accesso nelle aree sterili con determinati tipi di abbigliamento è fondamentale per la salute dei pazienti che in quella fase hanno le difese immunitarie azzerate. In queste aree non si entra con abiti civili, che sia un burqa o tajer. Non è la qualità culturale dell’abito che si discute».

Che spiegazione si è data per quanto accaduto?
«Credo dipenda dal fatto che sono una donna occidentale che non si è piegata alla violazione delle regole. È una discriminazione nei nostri confronti. La Fondazione è frequentata in prevalenza da arabi e qatarioti che vogliono imporre le loro regole nel nostro Paese. Così facendo, vinceranno sul piano culturale. Il Qatar ha vinto la prima battaglia ottenendo la mia sospensione, ma io non mi arrendo. Sono una dipendente dello Stato italiano perché Ime è finanziato con i nostri soldi, quindi bisogna rispettare le regole imposte dal nostro paese. Immagino di essere la prima donna che denuncia uno Stato».
Francesca Musacchio  il tempo