mercoledì 12 novembre 2014

Imposimato: Prodi, l’alta velocità e le consulenze miliardarie alla sua Nomisma



11 nov — Ho ancora un ricordo preciso di quel giorno, il giorno in cui Romano Prodi mi ricevette nel suo studio privato di Largo Di Brazza, vicino a fontana di Trevi. Con me c’era anche La Cerra e il coordinatore dell’Ulivo per il casertano Ciontoli. Entrammo accolti da un Prodi in grande forma. Ci salutò con cordialità e con quella giovialità che tira fuori solo nei momenti migliori.
Al colloquio era presente anche quello che è stato a lungo l’uomo ombra di Prodi, il suo consigliere Arturo Parisi. Ma appena cominciai a parlare, come per incanto, quel clima di affabilità e cortesia cambiò rapidamente. Mentre parlavo, mentre gli illustravo i risultati dell’indagine dell’antimafia sull’Alta velocità, che La Cerra confermava, mentre gli spiegavo nei dettagli la portata del marcio che si nascondeva dietro quegli affari, lo vedevo rabbuiarsi. Parisi annuiva, Prodi no.
Più il tempo passava e più assistevo ad una scena a cui non volevo credere: sprofondato nella sua poltrona, rosso come un peperone, Prodi mi guardava e taceva. Il suo sguardo comunicava una sensazione che ancora ricordo con precisione. Dagli occhi stretti a fessura, dietro le lenti spesse, coglievo un’impressione di preoccupazione per quello che dicevo. Parlai per una mezz’ora e per tutto il tempo Prodi non mi interruppe mai, non aprì bocca, non proferì una parola. Stava lì, dietro la sua scrivania, seduto sulla sua poltrona.

Mentre Parisi si mostrava partecipe e interessato alle cose che dicevo, il presidente del consiglio non faceva una piega. Guardavo di tanto in tanto La Cerra e anche lui mi guardava. Ero perplesso, stupito, quasi confuso da quella reazione. Non riuscivo a capire se Prodi fosse preoccupato per le descrizioni che gli stavo facendo delle infiltrazioni della Camorra. Stavo per terminare la mia esposizione in quell’atmosfera gelida, quando si sentì bussare e nella stanza entrò Beniamino Andreatta, all’epoca ministro della Difesa. “Scusate se disturbo – disse Andreatta – Romano, avrei bisogno di parlarti, magari dopo …”.
Prodi sembrò scuotersi all’improvviso, come da un torpore. Mi sembrò che cogliesse quell’interruzione come un’ancora di salvezza. Si alzò di scatto e si precipitò verso Andreatta, afferrandogli la mano e invitandolo ad entrare. Della stranezza della situazione si accorse anche il suo ministro che ci gettò uno sguardo tra il perplesso e l’interrogativo. Prodi si rivolse a noi solo per congedarci in tutta fretta, aggiungedo un furtivo ringraziamento per la visita. Non una parola di commento a quanto gli avevo riferito. Non un accenno. E nel silenzio più gelido lasciammo la sua stanza.

Uscii da quell’incontro frastornato e allarmato allo stesso tempo. Ricordo ancora che con La Cerra commentammo a mezze frasi la reazione di Prodi. Sapevo, perché in commissione ce lo aveva riferito l’ingegner Ercole Incalza, amministratore delegato della TAV, del coinvolgimento di Prodi nell’Alta velocità quando, da presidente dell’Iri, aveva avallato società come l’Icla e le Condotte, ma ritenevo la sua soltanto un’implicazione formale. Non potevo quindi immaginare una simile reazione. Ne capii la portata qualche tempo dopo. Quando scoprii un particolare fino a quel momento a me sconosciuto: fino dal 1993, quando era stato nominato presidente dell’Iri, divenendo quindi uno dei general contractor, Prodi aveva ricoperto la carica di garante dei lavori dell’Alta velocità. Lui, il presidente del consiglio era stato un controllore di quello scandalo. E – secondo il magistrato romano Giuseppa Geremia – aveva fatto sì che una società da lui stesso creata, la Nomisma, potesse beneficiare di consulenze miliardarie proprio sull’Alta velocità.

Estratto da Corruzione ad Alta Velocità di F. Imposimato, G. Pisauro, S. Provisionato. Koinè nuove edizioni
[Cap. III – Il prezzo della verità - pagg. 79-83]

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